Tra genio e disciplina
Nel giro di tre anni abbiamo visto questo uomo dalla vita spettacolare lasciarsi abbattere da una malattia spietata,
Il decorso e ́ stato lungo ma non lunghissimo e anche l’esito non era affatto scontato. La diagnosi fu fatta che lui era già allo stadio due della malattia. Che vuol dire che le cellule tumorali avevano cominciato a
intaccare lo scheletro. Il cranio per capirci si lesionava sotto il suo stesso peso (tipo per esempio quando
stava coricato con la testa sul cuscino).
Non buono. Ciononostante fu inserito in un programma sperimentale di cura diretto dal dottore Tommaso Caravita del centro di ematologia dell’ospedale Sant’ Eugenio di Roma, che prevedeva l ́autotrapianto di cellule di midollo osseo. In pratica in un primo intervento venivano estratte cellule staminali sue, coltivate e lasciate a riprodursi in laboratorio e poi reintrodotte nel midollo spinale. Cellule pulite, sterili e non cancerogene. In mezzo tanti cicli di chemioterapia.
E dopo il delicatissimo intervento di autotrapianto, avvenuto nell’estate del 2013, Giuseppe parve ancora una volta un miracolato. Quel corpo pieno di fratture ridotto alla sedia rotelle, grazie alla medicina si riparo ́, pezzo per pezzo. Almeno per un po ́. Ci siamo tutti aggrappati forse con arroganza a quel miracolo, soprattutto lui. Perché lui tutto voleva fare tranne che morire. Men che meno alla vigilia della tanto attesa pensione. Ma la malattia torno ́ inesorabile
e violentissima e tra meta ́ ottobre 2015 e meta ́ gennaio 2016 se l ́e ́ portato via.
Immaginatevi quattro ragazzi di 14, 15, 16, 18 anni, partiti negli anni 60 da un paese povero e sperduto dell ́Irpinia. Dopo due giorni di viaggio, arrivano a Lucerna, in Svizzera, senza sapere una parola di tedesco, chi con la quinta elementare, chi con la terza media. Hanno lo stupore negli occhi, il freddo nelle ginocchia, la speranza, la fame, la paura, i sogni. Nel giro di vent’anni questi ragazzi conquisteranno professioni, cambieranno mestieri, si sposeranno, divorzieranno, avranno figli, lavoreranno come matti per mettere da parte du soldi e poi puff, negli anni 80 uno per volta, ormai adulti, immaginateveli tornarsene in Italia. Un doppio shock.
Mi chiamo Vita Lo Russo e questo Essere Transgenerazionali, la storia della vita di Giuseppe mio padre e dei suoi fratelli, che come tante persone del sud hanno lasciato l’Italia in cerca di fortuna. Per poi rientrare ricchi, orgogliosi, ma con le identità spezzate.


